Viene il tempo del Palio di Siena, delle stelle cadenti, dei sandali; e tutto quello che faccio è nascondermi dietro la gamba di una sedia d'epoca. Se si possono inventare neologismi, se è permesso, si diventa disquarcionati: non solo disarcionati da tutto quello su cui appoggiamo il culo, ma anche squarciati, ghigliottinati nello stesso momento da qualcosa che pende dall'alto, che scatta.
Poco respiro. Il processo, il movimento una volta istintivo dall'alba al mattino e dal mattino al pomeriggio si fa innaturale, qualcuno urlerebbe, avrebbe tutti i diritti per farlo. Le dolci zigrinature anni '70 delle seggiole, dei tavoli, sono faticose non solo da toccare, ma anche da raggiungere fisicamente. Su fondali neutri non si esibiscono band per video d'annata e non si fanno mostre sofisticate, che del resto nessuno visiterà se non gli universitari. Prendi una canzone, la potrai benissimo associarla al posto in cui questo pezzo è diventato definitivo, inesprimibile a parole; il problema è che se prima poteva funzionare la tattica dell'immaginare la mente come una camera che esplora idealmente uno spazio, una via, un "quarto di passeggiata", ora al movimento si sostituisce un'immagine fissa che sa di attaccata al chiodo. Non tanto un mal di testa pulsante quanto una cappa, come una pellicola greve, un adesivo scolorito su una vetrina che vende cose spaventosamente familiari. Così certi passaggi sublimi, certe scale perfette: d'accordo, sono belle. E quindi? Questo è il feeling. C'è qualcosa in più? No.
Cadono giù a comando, sono come l'elettricità: se salta uno non ci pensa su due volte, schiaccia un pulsante e torna a dormire, del tutto in automatico. E nel reale vengono giù i quadri, tagliano in due spine e fili, e siccome cadono dietro i mobili nessuno se ne accorge per due giorni. Letteralmente, ogni idea è troppo difficile.
