categoria:stira e ammira, prospettiva cornuta
-Liceale al pub: "gli universitari sono delle seghe, sono degli sfigati..."
-I (al tavolo davanti): "scusa, hai detto che gli universitari sono delle seghe?"
-Liceale: "no, ho detto che hanno stile..."
-B: "ma "gli universitari sono delle seghe" vale anche per i laureati?"
-Liceale: "eehhh.. boh.. ".
Passate una buona estate, voi che nuotate nell'oro e voialtri che nuotate nell'orto. Se non sapete nuotare, passeggiate sul lungomare e non siate soli; se non vi piace il mare, passeggiate sul lungomonte, e visto che vi piace la montagna, siate soli.

(Dennis Oppenheim, "Reading position 2", 1970)
Persa ogni credenza
e ogni credibilità
eccoci arrivare
come quelli
che sniffano da fuori
il profumo dei negozi di lavanderia-
o che vivrebbero dentro
una vetrina d'arredamento-
per sentirsi borghesi
dalla vita che saprà di pulizia
anche domani.
Sfogliando cataloghi di architettura novecentesca non si può non pensare a Salvador Dali quando immaginava giacche con apposito liquore nel taschino "per passeggiate notturne in auto, molto lente". John Lautner invece fa pensare a grandi pissipissibaobao in saloni moquettati, verso sera, o più concretamente a un bel "ma Clarissa, Joan, Larry, Sam, Samantha, Torsten, Ferdinand, Marisa, Pamela, Derek, Charles, Emenhita, Nicky, Paris, Benedicta, Armando...sono tutti via! Cosa danno stasera sulla ABC, caro?".

Sembra che a seconda degli stati d'animo un mezzo espressivo sia più o meno efficace. Ad esempio la parola è completamente incapace di esprimere la felicità: anche in Walt Whitman, l'evocazione dei corpi che si fondono nella luce del giorno, dello spazio, rimane prima di tutto un sogno, una fantasia. E quante volte invece la parola ha risonanze cupe, riesce a esprimere con chiarezza i momenti in cui uno vorrebbe mandare tutto a quel paese. Al contrario trovo che l'immagine si associ fondamentalmente alla felicità. Se è vero che per la fotografia e il cinema è necessaria la luce, avere davanti qualcosa da fotografare significa fermare la chiarezza assoluta del proprio sentimento senza bisogno di spiegarlo. Non si è obbligati a comprendere l'immagine; e quando la parola vuole essere sentimento deve appunto riprodurre la luce, i colori, i profumi, come in Folgore o in Virginia Woolf, o per paradosso il nero assoluto, diventare implicitamente una sinestesia. E infatti adesso come adesso mi trovo nel computer diecimila fotografie alle quali non potrei rinunciare in nessun modo, perchè non ho fotografie tristi; ai post del blog invece potrei rinunciare senza problemi, non perchè il blog sia cupo, ma perchè con le parole la felicità non viene fissata ma fatta dondolare come una banderuola al vento, in attesa che il vento stesso si alzi. D'altra parte la vera felicità forse non sta nè nell'avere nè nel non avere, ma nell'avere avuto per vie traverse qualcosa che per nostra natura non potremmo mai avere. Insomma la parola è il desiderio della realtà, l'immagine è la realtà del desiderio, ed entrambe le forme riconoscono la vera natura della realtà, che è in tutti i sensi un insieme di botte di culo.